"COME SE MASTICASSI PIETRE, sopravvivendo al passato in Bosnia"

 

Di Luana Foti

Nella storia dell'umanità le guerre sono state e continuano ad essere una costante. Dal momento in cui l'uomo ha sentito la necessità di raccontare cosa stava succedendo e ha trovato il modo di farlo, si è prodotta una immensa creazione letteraria intorno alla guerra che racconta cosa succedeva prima e cosa è successo durante, perché è nata e come è stata affrontata. Tuttavia, sono poche le storie di cosa succede dopo una guerra nei territori e negli esseri umani che l'hanno sofferta. "Come se masticassi pietre" è un libro che ci porta in un terreno di conflitto concreto, quello della guerra in Bosnia combattuta tra il 1992 e il 1995, per poi trasformare la guerra in un'esperienza universale nella quale tutti sono uniti dal soffrire la stessa disgrazia.

Lontano dall'essere un semplice reportage o l'affascinante racconto di una guerra, questo volume persegue il coraggioso obiettivo di raccontare non la guerra ma quello che succede dopo una guerra. Ed è precisamente questo ciò che fa di questo libro un'opera tanto potente quanto necessaria. Nelle ultime righe del primo capitolo l'autore scrive: "La guerra in Bosnia ha generato migliaia di telex, reportages, esposizioni, libri, album fotografici, documentari e film. Pero quando finì (o si sospese, secondo alcuni) i reporter conservarono le loro telecamere e se andarono rapidamente a coprire altre guerre". In quest'opera la penna di W.L.Tochman continua il racconto che quelle telecamere smisero di filmare. E lo fa posando il suo sguardo sulla guerra che inizia quando finisce la prima. La guerra delle ferite, dei segni profondi che la barbarie umana lascia dietro il suo passo negli esseri umani che sono riusciti a sopravvivere e ai quali ora tocca mantenersi in piedi in uno spazio fisico e mentale nel quale dimenticare è impossibile e la vita solo si può respirare a piccoli respiri.

"Come se masticassi pietre" è costruito come un intenso puzzle narrativo che trova la sua logica coerenza nell'uso di un linguaggio privo di artefici retorici, un linguaggio semplice fatto di parole crude e brevi. Il linguaggio letterale non è drammatico, eppure il lettore, dalla prima riga che legge, sente il dramma più profondo perché la verità che si racconta è di per sé drammatica. Il racconto è diviso in 11 capitoli il primo dei quali ha un titolo emblematico: la gelata. Nelle 40 righe di questo capitolo si descrive un paesaggio desolante fatto di case e templi distrutti, edifici abbandonati e gente spaventata e di una città che sembra un bosco di fronte al quale fa paura fermarsi ma anche avanzare. E questo mentre fuori gela. Sta gelando fuori, ma il lettore inizia a sentirsi gelato dentro. Dopo, ci si aspetta che questo gelo si sciolga pagina dopo pagina ma questo non succede mai realmente, incluso a volte si rafforza. Il gelo più duro resiste nell'animo del lettore per tutto il tempo della storia, anche al sole che illumina gli eventi del capitolo finale.

Nella quinta riga del primo capitolo si fa spazio una domanda: "Che hanno fatto con la gente?". È un elemento importante perché ci svela chi sono i protagonisti della storia- la gente, la gente che è sopravvissuta e quella che è stata assassinata- e cosa la muove- cercare gli scomparsi, capire che cosa ne hanno fatto, perché soltanto sapendo, forse, si può trovare un poco di pace. E per questo è necessario trovare i vestiti anche se è raro trovarne uno completo e i cromosomi che si trovano nelle ossa e che si devono trovare perché "senza ossa non c'è lutto. E così non si può vivere". E ricorrere le rocche e le montagne di Herzegovina e ritornare nei luoghi dove tutto è successo anche se è difficile perché come dice Jasna guardando la gente in volto "vedo un assassino in ognuno di loro". È difficile però è necessario per poter completare la ricerca della verità, sapere che hanno fatto con i loro familiari, come e dove li hanno ammazzati per poter dopo finalmente trovare i loro resti- Ewa a casa di Mejra- e dargli una degna sepoltura con un funerale- Terra- durante il quale i famigliari delle vittime "camminano velocemente come se volessero lasciarsi alle spalle quest'esperienza quanto prima".

Però che succede con la gente che deve vivere dopo la guerra?

La vedova e le periferie sono storie delle vite dei sopravvissuti. Vite piene di rabbia, rancore, sentimenti di colpa, sconcerto, panico, paura, vergogna, odio, in cui non c'è spazio per sorridere, neanche per dimenticare. Il passato è troppo presente. "Non hanno neanche voglia di parlare tra di loro. Di che dovrebbero parlare?". C'è chi si sveglia ogni mattina dispiacendosi di essersi svegliata di nuovo, chi prende tranquillanti, sembra che nessuno vada da qualche parte, neanche ritorna a casa sua ora occupata da quelli che in guerra erano "i nemici". Eppure tutti continuano a chiedersi a cosa sia servita la guerra e la morte dei loro padri, fratelli, figli e mariti: "Guardate che bene è finito tutto. I serbi, i musulmani e i croati vivono insieme di nuovo in una Bosnia multietnica. E i nostri politici lo ripetono per guadagnarsi la simpatia del mondo. Non sanno neanche che cosa dicono".

L'autore, attraverso parole brevi e crude, riesce a fotografare così bene il paesaggio interno dei protagonisti che il lettore può sentirlo perfettamente senza chiudere gli occhi. Nonostante la crudeltà e la barbarie umana raccontata non si può scappare chiudendo gli occhi, non si può scappare da ciò che ti tocca l'anima, sarebbe incluso un'offesa per le vittime. Per vedere la miseria della condizione umana si necessitano occhi aperti e attenti.

È un libro potente che più che dare risposte fa riflettere sulla condizione umana e la disgrazia che finisce per unire gli esseri umani. E si considera che questo obiettivo sia evidente nel personaggio di Ewa, la dottoressa che dedica la sua vita a trovare le ossa degli scomparsi per ricomporre i loro corpi e restituirli alle loro famiglie e che non si ferma finchè non trova tutto anche mettendo a rischio la sua stessa vita. Dice: "Mi fa male, anche se non è il mio paese e non sono la mia gente. Sono scema però anche questa gente ha diritto di vivere, no?". Un personaggio forte e coraggioso che ci lascia una interessante riflessione: "A volte mi sveglio alle tre del mattino e vedo cranei bucati. Ammazzano un tipo. Dopo un altro e un altro ancora. E così fino a cinquanta. Questo lo posso capire. Però com'è possibile che 50 uomini insieme vadano remissivi alla morte? Perché non fanno niente? Perché non provano a salvarsi? Un paio di assassini gli ordinano di scendere dall'autobus. Loro obbediscono sottomessi. Si collocano sottomessi di fronte a una parete [...] questo mi distrugge, mi demoralizza".

Quale verità nasconde la condizione umana?

Perché e in che momento un uomo si arrende a che altri decidano quando e dove deve finire la sua vita?

Quando alcuni esseri umani sentono il potere di decidere che la vita di altri esseri umani è meno importante della loro e che gli appartiene a tal punto che possono togliergliela?

È possibile che nella migliore delle ipotesi queste domande non abbiano risposta.

In una parte del mondo una donna si prepara per fare una lezione sui diritti umani. Legge le definizioni convenzionali, la dichiarazione universale dei diritti umani e tutte le convenzioni, le istituzioni e le carte create nel corso del tempo per garantire la loro protezione. Dopo legge questo libro e si ripete più e più volte la stessa domanda: "Come si spiegano i diritti umani di fronte alle vittime di una guerra?"


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