"LEI LO SA CHI SONO, IO SONO MATTEO MESSINA DENARO" 

29.01.2023


LUANA FOTI. Con l'arresto di Matteo Messina Denaro la mafia non ha perso. 

Ma, lo Stato, neanche. 

"Vai cazzo, vaiii"... "See"... urlano in coro i militari del Ros - Raggruppamento operativo speciale dell'arma. Corrono tra le macchine parcheggiate per ritrovarsi dopo essersi divisi intorno a tutto il perimetro che circonda la clinica privata Maddalena di Palermo e, quando si trovano, si saltano addosso, si abbracciano con veemenza, si commuovono, si danno pacche sulla spalla, applaudono con forza. Poco a poco i loro applausi si mescolano a quelli dei cittadini accorsi in strada incuriositi dalle sirene delle volanti che, quando si rendono conto di cosa è appena successo, li ringraziano commossi. È la mattina del 16 gennaio 2023, sono poco più delle 8.30, la pioggia bagna dolcemente la città che si sta svegliando, l'operazione Tramonto si è appena conclusa con successo: dopo 30 lunghi anni - 10957,5 giorni - di giacere indefinitamente nell'ombra, il mafioso criminale Matteo Messina Denaro è stato arrestato.

La scena di celebrazione appena descritta è una parte dell'epilogo di una storia complessa, tormentata, contraddittoria, logorante, paradossale, piena di nodi che potrebbero non slegarsi mai.

È la storia di un uomo nato nella Valle del Belice di Castelvetrano nel 1962; figlio del mafioso Francesco, morto latitante nelle campagne siciliane; cresciuto nella Sicilia modellata dai modi di vivere e dalla violenza imposta dalla mafia di Bernardo Provenzano, Luciano Leiggio, i Bagarella, i Brusca, i Graviano e Totò Riina, che lo accoglie sotto la sua ala perché capisce che "la pasta era quella giusta". È la storia di un uomo nominato per la prima volta in un fascicolo d'indagine da Paolo Borsellino nel 1989; destinatario di 4 condanne al 416bis per sette stragi e almeno venti omicidi; divenuto latitante nel 1993, l'anno dopo l'assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per il quale è stato condannato in primo grado come uno dei mandanti. È la storia di un uomo che agendo nell'ombra grazie ad una complessa e articolata catena di prestanomi e fiancheggiatori, 140 dei quali arrestati e condannati in via definitiva, ha accumulato un considerevole potere economico muovendosi in svariati settori economici che toccano il mondo dell'edilizia, alberghi di lusso, villaggi turistici, slot e centri scommesse, traffico di beni archeologici, grande distribuzione e impianti eolici. È la storia di un uomo che dice che con le persone che ha ammazzato lui potrebbe fare un cimitero. Ma è anche la storia di tanto altro ancora.

È la storia di depistaggi più o meno velati, procure locali, nazionali e internazionali che collaborano e si pestano i piedi a vicenda, di errori e sgambetti alle forze sane dello Stato; di coincidenze fatali, fughe miracolose e coperture impensabili; di padrini e servitori, di miseria e di poteri inafferrabili.

È la storia della pericolosa retorica complottista che delegittima il lavoro coraggioso della giustizia onesta.

È la storia della mafia fatta da criminali di provincia mescolati ai colletti bianchi che frequentano i "salotti buoni", i consigli di amministrazione delle banche e delle grandi imprese, il mondo del business che conta e fa affari direttamente con gli Stati.

È la storia dell'intreccio oscuro e letale tra mafia, massoneria, correnti deviate degli apparati dello stato, politica e il mondo degli affari economici.

È la storia di uomini che agiscono pensando che tutto gli appartiene, inclusa la vita degli altri uomini; e si auto-conferiscono il diritto di decidere quando questa deve iniziare e quando deve finire.

È la storia di uomini che vivono per prepotenza.

È la storia "di una montagna di merda" che è arrivata l'ora di spalare via.

"1982 Triplice" di Letizia Battaglia, preso da  Dazeddigital.com
"1982 Triplice" di Letizia Battaglia, preso da Dazeddigital.com

Matteo Messina Denaro non è un mito del male. Non può e non deve essere un mito.

Matteo Messina Denaro è uno dei tanti. Un mafioso criminale che ha lasciato dietro di sé una scia incancellabile di morte inflitta ad altri esseri umani di cui è finalmente chiamato a dare conto. La privazione definitiva della sua naturale libertà è il primo caro prezzo da pagare.

Con la sua cattura, la mafia non ha perso. Ma non ha perso neanche lo stato.

La domanda che ci facciamo è: Trent'anni sono stati sufficienti allo Stato per farsi trovare pronto a lavare i (suoi) panni sporchi davanti ai cittadini che da troppo tempo aspettano la Verità sul presente modellato dal passato corrotto da compromessi di morte e interessi occulti?

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