IL MONELLO

02.04.2023

EMILIO GIORDANO. La storia di un bambino abbandonato dai genitori naturali e ritrovato per caso da un vagabondo, nel capolavoro di Charlie Chaplin.  

"È pericoloso uscire dalla porta di casa. Ci si mette in strada, e se non si dirigono bene i piedi, non si sa dove si può finire spazzati via dal soffio del vento", disse un giorno un vecchio sapiente. In effetti, il mondo che ci si schiude oltre le finestre delle nostre case, è un luogo vasto, pieno di sorprese, e anche di pericoli. Bisogna stare attenti quando ci si mette in strada, se non si conosce dove si sta andando.

Charlot sarebbe stato d'accordo ma non poteva dare ascolto a queste parole perché una vera casa tutta per se non ce l'aveva. Era costretto a vagabondare di qua e di là, alla costante ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Obbligato a mettersi in strada per sopravvivere, metteva sempre in conto la possibilità di imbattersi in qualcosa di minaccioso o in qualcosa che avrebbe potuto cambiargli la vita. E qualcosa di grosso stava per accadere davvero.

Tutto ebbe inizio in un giorno come un altro. Il vagabondo percorreva una stradina di periferia sudicia e abbandonata, mantenendosi ben saldo sul marciapiede. Indossava i suoi soliti indumenti: portava sul capo una bombetta malridotta con un vistoso foro al centro, una giacca tutta impolverata, un gilet sdrucito, e un paio di calzoni di almeno due taglie più grandi. Ai piedi calzava scarpe nere, anch'esse molto larghe. In mano reggeva un bastone sottilissimo, con un manico a mo' di punto interrogativo, e tra le labbra, poco al di sotto di quei baffetti a spazzola, stringeva una sigaretta. Una rarità, per uno squattrinato come lui. Chissà dove l'aveva recuperata.

Quel mattino, dalle finestre dei palazzi circostanti piombavano mucchi di immondizia, che venivano scagliati senza badare troppo se lì nel vicolo ci fosse qualcuno. Qualcosa lo colpì in pieno ma Charlot, mantenendo sempre in testa la sua bombetta, non si scompose affatto, ci era abituato dopo tutto. Per i più, era quasi invisibile. Vagava quotidianamente come un fantasma, quasi fosse trasparente; mai nessuno posava lo sguardo su di lui. Si diede in fretta una ripulita e continuò a fumare, come se nulla lo avesse mai raggiunto. Di colpo, però, qualcosa attrasse la sua attenzione. Proprio lì vicino, a pochi passi da lui, echeggiava il pianto di un bebè. S'avvicinò e scorse un pargoletto racchiuso in una candida coperta. Rimase sorpreso. Un bimbo… cosa ci faceva in quel luogo tutto solo? Che domande! I bambini non se ne vanno in giro da soli. Qualcuno lo avrà lasciato lì, in quel posto tanto cupo. Alzò gli occhi al cielo, osservando le finestre di quell'edificio da cui erano piovuti tutti quegli scarti domestici ma nessuno si era affacciato. Indugiò un istante, poi prese il bimbo con sé e s'incamminò.

Ma come ci era arrivato quel piccino in quel losco quartiere? Cos'era accaduto? Dov'erano finiti i suoi genitori?


"Il monello", una delle opere più intense e straordinarie del cinema di Charlie Chaplin, si apre con una didascalia sul triste destino a cui va incontro la madre del tenero "monello": "La donna, il cui peccato è essere madre". In un'epoca storica come quella in cui è ambientato il film, una ragazza che aveva messo al mondo una nuova vita al di fuori del matrimonio, e che adesso viveva sola, con un bambino da crescere, si era macchiata di un "peccato", di un'onta impossibile da mondare.

In quei primissimi frangenti, la madre del piccino cammina per le vie, non sa dove andare né cosa fare. Non sa che futuro può assicurare al figlio, così compie un gesto estremo e straziante: sceglie di lasciarlo. Notando una macchina di lusso, parcheggiata dinanzi ad una villetta, la donna si avvicina, apre la portiera della vettura e depone il bimbo sul sedile posteriore. Fugge via, e in preda alla disperazione finisce per trovare ristoro su di una panchina. Passato il primo momento di disagio la donna viene assalita dai sensi di colpa e torna sui suoi passi, ma ormai è troppo tardi: l'auto è sfrecciata via, lontano, e del suo piccolo lei non avrà più notizia. Invero, la macchina è stata rubata da una coppia di malviventi, e sta per raggiungere uno dei quartieri più poveri e malfamati della città. Una volta arrivati alla meta, i due criminali si accorgono del pargoletto e fanno quanto devono per disfarsene, abbandonandolo vicino al bidone dell'immondizia, dove, di lì a poco, verrà notato da Charlot.

Cercando tra le coperte nel quale il bimbo è avvolto, Charlot scopre un biglietto scritto dalla madre, che recita così: "Vi prego, amate questo orfanello e prendetevene cura". Commosso, conserverà il biglietto nelle sue tasche malconce e, subito dopo, indugerà sul visino piangente del piccino. In quel preciso istante s'innamorerà perdutamente del piccolo, proprio come un padre che scruta per la prima volta il viso del suo bambino appena venuto al mondo. La madre del piccino avrebbe desiderato per lui una ricca famiglia; il monello troverà invece la ricchezza di un'infanzia felice fra le braccia di un indigente che, solo apparentemente, non aveva nulla da offrirgli. 

Esistono tante splendide storie che hanno inizio con un bimbo che, inconsapevolmente, deve dire addio ai suoi genitori ancor prima di conoscerli. Basti pensare al celebre fumetto di "Superman", e alla sua trasposizione cinematografica risalente al 1978, in cui il protagonista, il piccolo Kal-El, viene posto all'interno di una minuta astronave argentea, in procinto di partire per lo spazio sconfinato. Il pianeta Krypton, luogo in cui Kal-El è venuto alla luce, è infatti prossimo alla distruzione e i genitori del piccino, consapevoli di questa fatalità ineluttabile, decidono di salvare la propria creatura, a costo di lasciarla andar via. Così, il padre di Kal-El, Jor-El, che nell'adattamento cinematografico a cura di Richard Donner possiede il volto di Marlon Brando, uno dei più bravi attori della storia del cinema, imposta la rotta della nave spaziale che custodirà il suo bambino, all'indirizzo di un nuovo corpo celeste, preferendo come meta il pianeta Terra dove verrà trovato dai coniugi Kent che, per tutta la loro esistenza, avevano pregato Dio nella speranza di avere un bambino.

foto presa da Meganerd.it
foto presa da Meganerd.it


Perfino nei racconti biblici si fa menzione alla storia di un bambino abbandonato: Mosè. La madre Jocabel, in seguito all'ordine del faraone di uccidere tutti i nuovi nati maschi ebrei, depose il proprio erede all'interno di una cesta e spinse la stessa oltre le rive del Nilo. In quel gesto disperato compiuto da una madre che deve dire addio alla creatura portata in grembo, Jocabel affida la propria preghiera a Dio, implorandolo di vegliare sul futuro di Mosè. Le acque del Nilo lo trasporteranno fra le braccia di un'altra madre che tanto desiderava un figlio.

Ne "Il monello" di Charlie Chaplin accade qualcosa di simile: un genitore si priva dell'affetto e della vicinanza del proprio bambino sperando di elargirgli un avvenire più prospero e sereno. Nell'opera chapliniana, quello compiuto dalla madre è un disperato, riluttante e certamente controverso atto d'amore.

Nella storia della letteratura, vi sono anche narrazioni in cui i bimbi vengono abbandonati perché disprezzati o odiati. Basti pensare alla storia di Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo "Notre-Dame de Paris", ripudiato dai suoi genitori a causa della propria deformità, a volte paragonata all'incarnazione del demonio. Quasimodo verrà adottato da Frollo, l'arcidiacono della cattedrale, e fra le mura della chiesa crescerà, isolato dal mondo esterno. Quasimodo manterrà per gran parte della sua vita una devozione inflessibile nei riguardi del suo salvatore, Frollo, e per egli nutrirà un senso di soggezione e di costante dipendenza. Questa sua riverenza nei riguardi di Frollo, viene rimarcata persino nell'opera musicale di Riccardo Cocciante, "Notre- Dame de Paris", attraverso il brano chiamato per l'appunto "Il trovatello", le cui prime strofe esordiscono così: "Se fui bambino anch'io fu perché fosti tu la vita per me, fu perché fosti tu quello che mi adottò e che non mi chiamò mai mostro".

Tuttavia, il racconto di Hugo ci fornisce una narrazione diversa da "Il monello" di Chaplin. Nel primo caso, la presa in cura del trovatello avviene per dovere cristiano, non per spontaneità paterna e soprattutto per convenienza. Frollo crede fermamente che Quasimodo un giorno potrà tornargli utile, e nei suoi riguardi non nutrirà né mostrerà mai alcuna vena affettiva. Ne "Il monello", invece, il genitore che rinviene il trovatello nutre immediatamente nei suoi riguardi un affetto autentico e profondissimo e si fa carico di quella vita nonostante la propria situazione di indigenza. 

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