L'IRAN INFUOCATO TRA IL TERRORE DELLA REPRESSIONE E LA SETE DI LIBERTÀ

08.01.2023
pic by Middle East Images
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LUANA FOTI.  Il regime iraniano si regge a stenti a colpi di violenza e terrore  mentre il popolo grida inarrestabile: Donne, Vita, Libertà.

Da quasi quattro mesi, la furia dei cittadini iraniani si sta scatenando toccando eroicamente anche gli angoli più nascosti del paese, per sfidare l'oscurantista regime teocratico dei mullah che dal febbraio del 1979 soggioga brutalmente l'Iran. A scatenarla, la morte di una giovane donna di 22 anni per una ciocca "ribelle" sul suo volto, non correttamente coperto dall'hijab. Masha Amini, questo il suo nome, viene fermata a Teheran il 13 settembre 2022 da membri della polizia morale iraniana, i Gasht -e Ershad, che da più di quindici anni pattuglia a bordo di furgoni bianchi con strisce verde scuro le strade del paese per vigilare sul rispetto del codice di abbigliamento imposto alle donne dalla legge teocratica. Masha viene accusata di violare queste regole, viene portata in caserma, torturata, ricoverata in terapia intensiva nell'ospedale di Kasra e dichiarata morta il 16 settembre dopo due giorni di coma. Da quel giorno, Masha Amini è diventata il simbolo della sanguinaria repressione a cui, dal giorno del suo insediamento, il regime sottopone impunemente le donne iraniane. Un regime di apartheid di genere in cui alle donne è relegato il ruolo di silenziose spettatrici della vita che vorrebbero far girare senza di loro, pensata, decisa, diretta per loro dagli altri, gli uomini, alcuni uomini. Donne private del diritto più elementare senza il quale la vita non può essere degna di essere vissuta, il Diritto alla Libertà e il Diritto di Scelta, il Diritto di Scegliere Liberamente come Autodeterminarsi.

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Afghanistan a parte, l'Iran è l'unico paese al mondo ad imporre l'obbligo di indossare il velo indipendentemente dalla fede religiosa. L'hijab è l'emblema per eccellenza dell'oppressione che le donne iraniane sono chiamate inermi a subire da decenni. Per questo, dopo il brutale assassinio di Masha Amini, le Donne iraniane scendono in piazza a volto scoperto e tagliano ciocche dei propri capelli in segno di lutto, di atroce disperazione. Dire NO all'hijab ora significa dire NO alla Repubblica islamica dell'Iran. "Lo hijab è come il Muro di Berlino, se lo si abbatte l'intero sistema crollerà", dice Mariano Giustino, corrispondente dalla Turchia di Radio Radicale. Le donne eroine iraniane, dal 16 settembre 2022, hanno dato vita ad una straordinaria mobilitazione di protesta culminata con la proclamazione di tre giorni di sciopero dal 5 al 7 dicembre 2022 che in alcune aree ha toccato il 100% di adesione della popolazione. In Iran è in atto una rivoluzione che rivendica la centralità e l'inclusività delle donne nella vita del Paese. "Donne, Vita, Libertà": questo è lo slogan. "Il regime celebra la morte. Noi celebriamo la vita", dice uno dei manifestanti. Sì, uno dei manifestanti perché questa volta le Donne non sono sole, gli Uomini si sono uniti a loro, si difendono gli uni con gli altri e combattono insieme per chiedere Giustizia e Libertà. Dalle città alle campagne, dalle università alle fabbriche si assiste alla ribellione del popolo compatto contro l'intero sistema che vogliono ora estirpare dalle fondamenta. C'è sete di Libertà, di Vita. Quella vita e quella libertà da 43 anni brutalmente censurate, svuotate, calpestate dagli ayatollah iraniani.

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Intorno alle 18.00 iniziano le proteste più infuocate e i brutali massacri e arresti dei manifestanti mentre le comunicazioni sono interrotte già dalle 14.00 con Internet bloccato, whatsapp e instagram oscurati. Scioperi, muri dipinti da slogan di protesta anti regime, immagini degli ayatollah iraniani dati alle fiamme. Contro queste azioni di protesta, il regime ha dispiegato le unità speciali del corpo di terra dei guardiani della rivoluzione, i Pasdaran e le milizie basiji, che sparano proiettili e gas lacrimogeni sulla folla disarmata, bastonandola a sangue per le strade. Il buio della notte, gelato dal rumore di spari ed urla, nasconde il terrore negli occhi della gente che in qualsiasi momento può subire perquisizioni o essere prelevata dalle proprie case, uccisa o imprigionata. I manifestanti o i sostenitori dei manifestanti, quando non vengono uccisi per strada, vengono portati nelle prigioni ufficiali o nei centri di detenzione segreti sparsi per tutto il paese. Qui vengono interrogati tra gli insulti e costretti a dire il falso tra torture indicibili che spesso li portano alla morte. L'Iran Human Rights Monitor parla di un uso sistematico dello stupro su uomini e donne. Un uomo di 42 anni fermato mentre sosteneva le proteste degli studenti nell'Iran centrale contro il dittatore Khamenei, racconta al Corriere della Sera che in una camera di tortura obbligano i detenuti a violentarsi tra di loro mentre una telecamera fissata sul soffitto riprende la scena per avere del materiale da usare come ricatto. Un'altra ex detenuta racconta anche delle violenze psicologiche che subiscono, di istigazione al suicidio: "Che senso ha una vita vissuta così?"; "hai rovinato la tua vita, perché manifesti?", si sentono dire tra le tante cose. Secondo i dati ufficiali diffusi dall'Agenzia di Stampa iraniana per i diritti umani Hrana, dal 26 settembre al 7 dicembre sono state uccise 508 persone, -la maggior parte di età giovanissima-, tra cui 69 bambini e più di 18.000 sono state arrestate. Ora, l'agghiacciante repressione del regime iraniano ha varcato la soglia rossa delle condanne a morte. I condannati a morte su volontà della corte suprema dell'Iran dopo un arbitrario e rapido processo in cui gli imputati non hanno diritto a farsi difendere da un avvocato scelto da loro, vengono trasferiti in un carcere diverso da quello in cui hanno subito l'interrogatorio e le torture, e vengono giustiziati appesi ad una gru mentre la maggior parte delle loro famiglie ha notizia della condanna solo quando questa è già stata eseguita. Gli ultimi giovani giustiziati di cui si ha notizia sono Mohammad Hosseini, 26 anni, e Mohammad Mehdi Karami, 22 anni. I loro nomi si aggiungono a quelli di Mohsen Shekari, 23 anni, Majid Reza Rehnavord, 23 anni, Mohammad Boroghani, e a quelli di decine di giovani condannati e in attesa dell'esecuzione della pena capitale come l'ex calciatore iraniano Amir Nasr, 26 anni. 

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Nonostante il terrore per la brutale repressione in atto, la forza delle proteste non si arresta. La posta in gioco è troppo alta. "Per ogni persona che viene uccisa, mille persone sono dietro di lui" gridano i cittadini. Le autorità iraniane non sanno più come disinnescare le proteste. Spiega Mariano Giustino che si erano inventate l'abolizione della polizia morale, fatto non vero, come tentativo di ingannare e dividere i manifestanti che da mesi ormai tengono sotto scacco le forze di sicurezza. Ma, dice, non capiscono che "chi sacrifica la propria vita manifestando a mani nude davanti ai proiettili non è in strada per togliere il velo ma per cambiare un intero sistema".

Saranno queste le ultime ore in vita del regime oscurantista e terrorista dei mullah iraniani?Impossibile saperlo. 

Intanto però, in Iran, i cittadini giurano che una cosa così non l'avevano vista mai.


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